Valeria Giannantonio
L'ombra di Narciso
La cultura del doppio a Napoli in età barocca

pp. 370
18
88-8234.360-X

L’identificazione secolare del seicentismo col ‘malgusto’, entro posizioni critiche tendenziosamente settarie di matrice illuministico-romantica e crociana, e positivamente ridimensionata nell’ambito degli studi sul Barocco degli ultimi decenni, richiede a tutt’oggi un maggiore approfondimento in margine al riaffiorare, alla fine del ‘500, de tema umanistico dell’ut pictura poësis. Da sempre ricondotta alla ‘moda’ mariniana, tale identificazione va opportunamente rimessa in discussione soprattutto nell’ambiente del Viceregno napoletano, in cui l’individuazione, nel corso del Seicento, di un attardato classicismo sollecita una nuova interpretazione di una cultura, che soggiacque comunque a logiche indubbie di conservazione e di tradizione e all’interno della quale le relazioni tra le arti si ridefinirono nel quadro di una riformulazione dei principi dell’estetica tassiana. Espressi nella cultura del doppio, nell’ambito della corrispondenza segnica tra le arti sorelle, i rapporti tra pittura, poesia e musica sintetizzarono a Napoli, lungo l’intero arco del Seicento e fino alla cultura dell’Arcadia, una visione concorde della vita e dell’uomo, nel superamento tanto del bifrontismo tassiano, quanto dell’ibridismo bivalente mariniano. Condotta attraverso l’esame della prassi scrittoria e degli allestimenti scenici di talune figure esemplari del ‘milieu’ culturale meridionale, da Giambattista Marino e Ferdinando Donno, dagli interpreti di Dante ad Antonio Caraccio, da Andrea Belvedere a Carlo Celano e ad Alfonso Maria De Liguori, l’indagine tende alla riqualificazione di un ambiente forse marginale quanto a incidenze poetiche e letterarie, ma non periferico nell’allineamento a consuetudini intellettuali di più vasto respiro e nella restituzione di una nuova idea di modernità, da cui avrebbero tratto linfa vitale le più alte manifestazioni dello spirito illuministico e romantico.