Antonio Prete
Poetica del vivente
a cura di Giuseppe Rizzo

pp. 75
15.5
88-8234-023-6

“Quello che noi chiamiamo natura non è principalmente altro che l’esistenza, l’essere, la vita, sensitiva o non sensitiva, delle cose” (Leopardi, Zib., 3815, 31 ottobre 1832). La vita delle cose, la vita sensitiva o non sensitiva, è la nostra stessa vita. A essa apparteniamo: come il volo all’aria, come l’acqua al mare. La natura è l’esistenza stessa. Essere naturale è stare in questo amore dell’esistenza per se stessa. L’antica drammaturgia – gnostica e manichea – del bene e del male non mostra ancora la sua ombra. Il corpo – il corpo del poeta – si tiene stretto alle “sensazioni vive”: il loro attenuarsi è diminuzione di vita, perdita di legame con l’esistenza delle cose. Quando il pensiero, opponendo alla soddisfatta filosofia del Tout est bien la gelida mistica del Tutto è male, esplorerà l’universale “souffrance”, queste “sensazioni vive” continueranno a mostrare la loro necessità, ma la mostreranno dall’interno del verso, nel ritmo e nelle domande del verso. Diranno il patto della poesia con il respiro delle cose, e dell’uomo.

Antonio Prete, Finitudine e Infinito