Paolo Petta
Despoti d'Epiro e principi di Macedonia Esuli albanesi nell'Italia del Rinascimento

pp. 226
21
978-88-8234-028-5

Con la morte di Giorgio Castriota Skanderberg (1468) ogni resistenza ulteriore al turco parve inutile: il Paese delle aquile era più che mai una provincia dell’impero ottomano. Agli uomini che avevano combattuto eroicamente si offrirono allora solo due possibilità: cercare, attraverso l’abiura della propria fede, un’integrazione nel mondo islamico oppure migrare in qualche paese cristiano per mantenere la propria identità e attendere tempi migliori. Furono in tanti a scegliere di andarsene ed ebbe così inizio una lunga diàspora. A ondate successive gli albanesi si riversarono prevalentemente in Italia, popolando villaggi del regno di Napoli o esercitando il mestiere loro più congeniale, quello delle armi. Ma non perirono solo gli stratioti, i fierissimi guerrieri mercenari dalle lunghe barbe; a prendere la via dell’esilio furono anche i sopravvissuti delle principali casate, carichi di molti titoli roboanti e tante speranze. Despoti d’Epiro e principi di Macedonia segue questa diaspora, l’esilio nell’Italia del Rinascimento della variegata aristocrazia albanese. In questo avventuroso percorso s’incontrano i Castriota, i Musachi, gli Arianiti, i Topia, i Dukagjin, altri capi di gloriosi clan, autentici sovrani nel paese d’origine, che, bramosi di conservare un prestigio sociale perduto, si trovarono non di rado a giocare un ruolo non secondario sulla difficile scena politica italiana. Non è la storia di un gruppo coeso, è piuttosto il reticolo di una moltitudine di vicende umane, di personaggi però concreti di cui sono ricostruiti carattere e passioni. Al termine della lettura, intrigante come quella di un romanzo, questi personaggi continuano a fissarci riproponendo inquietanti interrogativi sull’intreccio tra le biografie e la storia.